Torino, bruciata la foto della MeloniTorino, bruciata la foto della Meloni

Meloni non firma decreto magistrati da 1 miliardo di euro. È scontro totale tra Governo e toghe.

“Direttore non firmerò. Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario”. Con queste parole la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato la decisione più clamorosa degli ultimi mesi. Raggiunta al telefono dall’Adnkronos, ha spiegato: “Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Ma in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati”.

E poi l’affondo di Meloni: “La mia priorità sono le fasce deboli”. Una frase destinata a far discutere e che apre una crisi istituzionale senza precedenti.

Il caso del Dpcm bloccato da Giorgia Meloni non è solo una questione economica. È uno scontro politico, istituzionale e simbolico. Da una parte il Governo che rivendica il diritto di scegliere dove mettere le risorse pubbliche. Dall’altra la magistratura che rivendica un adeguamento economico previsto dalla legge.

Cosa è successo: il Dpcm da 1 miliardo bloccato da Meloni

Tutto nasce da un meccanismo automatico previsto dalla legge. Ogni tre anni gli stipendi dei magistrati vengono adeguati all’andamento delle retribuzioni del settore pubblico. Non è un aumento deciso dal Governo di turno, ma un adeguamento tecnico calcolato dall’Istat e recepito con un Dpcm, un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Quest’anno l’adeguamento vale quasi un miliardo di euro. Una cifra enorme che dovrebbe essere spalmata su circa 10 mila magistrati tra ordinari, amministrativi, contabili e militari. Parliamo di aumenti medi che, secondo le prime stime, possono arrivare anche a 5-6 mila euro annui lordi a testa, con arretrati.

Il decreto era già stato istruito dagli uffici, ma mancava l’ultimo passaggio: la firma di Giorgia Meloni. Una firma che la premier ha deciso di non mettere.

Meloni non firma decreto magistrati e lo rivendica come una scelta di coscienza. Non una dimenticanza, non un rinvio tecnico, ma un no politico. “In coscienza non posso”, ha detto al direttore dell’Adnkronos Davide Desario.

Consiglio di Stato e commissario: cosa rischia ora il Governo

La decisione di non firmare apre un fronte giuridico delicatissimo. I sindacati delle toghe e le associazioni di categoria avevano già fatto ricorso. E il Consiglio di Stato potrebbe nominare un commissario ad acta.

Cosa significa? Se il Consiglio di Stato riterrà illegittima la mancata firma, potrà nominare un commissario che firmerà al posto del Presidente del Consiglio.

È un istituto previsto proprio per superare l’inerzia dell’amministrazione quando un atto è dovuto per legge.

Meloni lo sa e lo mette in conto: “Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario”. Una frase che è una sfida aperta. Tradotto: io non firmo, se vogliono lo facciano loro, ma io non ci metto la faccia.

È uno schema mai visto prima a questi livelli. Il capo del Governo che preferisce farsi commissariare piuttosto che firmare un atto che considera ingiusto.

Perché Meloni dice no: “La mia priorità sono le fasce deboli”

Il cuore del messaggio di Giorgia Meloni è tutto nella seconda parte della dichiarazione: “La mia priorità sono le fasce deboli”.

Il ragionamento politico della premier è chiaro e parla direttamente all’opinione pubblica. In un momento in cui il Governo chiede sacrifici, in cui la manovra deve trovare risorse per sanità, pensioni minime, taglio del cuneo fiscale e sostegno alle famiglie, destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati, che già percepiscono retribuzioni molto alte rispetto alla media, sarebbe un messaggio sbagliato.

I magistrati italiani sono tra i più pagati d’Europa.

Un magistrato ordinario a inizio carriera supera i 70 mila euro annui, un magistrato di Cassazione può superare i 180-200 mila euro. L’adeguamento triennale previsto dalla legge 27 del 1981 è sempre stato considerato un automatismo intoccabile.

Meloni rompe questo tabù. E lo fa nel momento di massima tensione tra esecutivo e magistratura, dopo mesi di polemiche sulla riforma della giustizia, sulla separazione delle carriere e sui casi di cronaca giudiziaria che hanno coinvolto la politica.

Le reazioni: toghe, opposizione e maggioranza

La reazione della magistratura è stata durissima. L’Associazione Nazionale Magistrati parla di “atto dovuto che non può essere negato per ragioni politiche” e di “lesione dell’indipendenza della magistratura”. Perché lo stipendio dei giudici, nella logica costituzionale, deve essere adeguato e non negoziabile, proprio per garantirne l’autonomia dal potere politico.

Se il potere politico può decidere se aumentare o meno lo stipendio ai giudici che lo devono giudicare, l’indipendenza è a rischio. Questo l’argomento delle toghe.

Dall’opposizione, Pd, M5S e Avs accusano Meloni di “populismo” e di “attacco allo Stato di diritto”. “Non si può fare cassa sui diritti”, dicono.

Dalla maggioranza invece arriva un sostegno compatto. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia difendono la scelta come “atto di responsabilità verso gli italiani”. Matteo Salvini ha parlato di “scelta di buonsenso”, mentre esponenti di FdI ricordano che “con un miliardo si possono aumentare le pensioni minime o assumere migliaia di infermieri”.

Un miliardo di euro per i magistrati: cosa si può fare con le fasce deboli?

Il punto politico più forte di Meloni è proprio il confronto tra quel miliardo e le fasce deboli.

Con quasi un miliardo di euro, il Governo potrebbe finanziare misure concrete: il rifinanziamento del fondo per le non autosufficienze, l’aumento dell’assegno unico per le famiglie numerose, il bonus bollette per le famiglie a basso reddito, l’assunzione di personale sanitario, il potenziamento degli asili nido gratuiti.

È su questo terreno che Meloni vuole portare lo scontro. Non più una questione tecnica tra Dpcm e Consiglio di Stato, ma una scelta di campo: da che parte sta lo Stato? Dalla parte dei redditi più alti o dalla parte di chi fa fatica ad arrivare a fine mese?

È un messaggio che, nei sondaggi, ha una presa molto forte sull’elettorato. La stragrande maggioranza degli italiani, messi di fronte alla scelta tra aumento ai magistrati e sostegno ai più deboli, sceglie la seconda opzione.

Cosa succede ora: manovra, Corte Costituzionale e riforma

La vicenda del Dpcm non firmato è solo l’inizio. Ora si aprono tre scenari.

Primo, quello giudiziario. Il Consiglio di Stato nominerà davvero un commissario? E quel commissario firmerà? Se lo farà, scatterà il ricorso del Governo alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzione? Siamo di fronte a un potenziale caso costituzionale.

Secondo, quello economico. Quel miliardo, se non viene destinato ai magistrati ora, dove andrà? Meloni ha detto che la priorità sono le fasce deboli, ma dovrà dimostrarlo nella prossima legge di bilancio. L’opposizione la aspetta al varco: vedremo se quei soldi andranno davvero alle famiglie o se era solo uno slogan.

Terzo, quello politico. Questo strappo segna un punto di non ritorno nei rapporti tra Governo Meloni e magistratura.

Dopo la riforma della giustizia e la separazione delle carriere, ora anche la questione economica diventa terreno di scontro frontale.

In conclusione, la decisione di Meloni di non firmare il decreto da 1 miliardo per i magistrati è molto più di un atto amministrativo. È un atto politico che dice molto della visione di questo Governo.

Da una parte c’è il rispetto formale di un automatismo di legge.

Dall’altra c’è la rivendicazione della politica di decidere le priorità di spesa in base alla coscienza e al mandato ricevuto dagli elettori.

Meloni ha scelto. Ha detto “non firmo”, assumendosene tutte le responsabilità, anche quella di essere commissariata. Una scelta che spaccherà l’Italia, ma che ha un obiettivo chiarissimo: parlare direttamente agli italiani e dire che, almeno per questo Governo, prima vengono le fasce deboli.