Spesa e armi, Conte e la spesa e l’ aumento del 29 per cento: cosa c’è di vero dietro il grafico virale
La spesa e le armi, Conte e la spesa del 29 per cento tra il 2018 e il 2021 è tornata virale sui social con un grafico che mostra il passaggio da 21,7 a 28,0 miliardi di euro. L’immagine accusa l’ex presidente del Consiglio di aver approvato il più grande incremento degli ultimi 20 anni per poi presentarsi oggi come pacifista. Il dato ha una base reale ma va letto con attenzione. Fonti e definizioni cambiano il risultato finale.
Quando si parla di spesa e armi da parte di Conte, bisogna distinguere due perimetri contabili. Il bilancio del Ministero della Difesa è una cosa. La spesa totale per la difesa calcolata secondo i criteri Nato è un’altra. La Nato include voci extra come pensioni militari, missioni e parte dei Carabinieri con funzioni militari. Il grafico che circola usa proprio il perimetro Nato. Per questo indica 21,7 miliardi nel 2018 e 28,0 miliardi nel 2021.
La storia della riguarda i due governi guidati da Giuseppe Conte, dal giugno 2018 al febbraio 2021. In quel periodo l’Italia ha confermato gli impegni presi nel 2014 al vertice Nato del Galles. L’obiettivo era avvicinarsi al 2 per cento del Pil. Conte ha firmato le dichiarazioni finali dei vertici di Bruxelles 2018, Londra 2019 e 2020. In quei documenti si ribadiva l’impegno all’aumento graduale.
Il Ministero della Difesa registra numeri diversi ma con la stessa tendenza. Nel 2018 il bilancio della Difesa viaggiava intorno ai 21 miliardi. Nel 2021 è arrivato a 24,6 miliardi secondo i dati citati dalla stessa Difesa e ripresi da Repubblica e La Stampa. L’incremento in questo perimetro è intorno al 17 per cento. Resta un aumento significativo, il più alto degli ultimi anni, ma inferiore al 29 per cento del grafico Nato.
Perché il dato del 29 per cento è formalmente corretto ma fuorviante
La fonte citata nel grafico è corretta. Nato pubblica ogni anno il dato della spesa totale per la difesa. Per l’Italia quel dato è salito da 21,7 miliardi a 28,0 miliardi tra 2018 e 2021. L’incremento percentuale è del 29 per cento. La matematica torna. Cambia il significato politico della parola armi.
La spesa Nato non è solo armi. Include personale, esercizio, pensioni e investimenti. Parlare di spesa in armi è quindi una semplificazione. Gli acquisti di sistemi d’arma sono una parte, non il totale. Sotto i governi Conte sono stati portati avanti programmi già avviati come F-35, PPA, Eurofighter e modernizzazioni. Nessun governo ha azzerato quei capitoli.
Un altro elemento da considerare è la continuità. Dal 2015 la spesa italiana per la difesa era in risalita dopo anni di tagli. Il governo Gentiloni aveva già aumentato. I governi Conte hanno accelerato la curva. Il governo Draghi nel 2022 ha aggiunto un ulteriore 5,6 per cento fino a 26 miliardi di bilancio Difesa. Il governo Meloni ha proseguito verso l’obiettivo 2 per cento.
Conte ha approvato il più grande aumento degli ultimi 20 anni
L’affermazione è sostanzialmente vera se si guarda al periodo 2000-2021. Nessun esecutivo in quel ventennio aveva fatto registrare un balzo così rapido in valore assoluto e percentuale secondo i parametri Nato. Le cifre ufficiali del 2018 e del 2021 mostrano la forbice più ampia. Il dato è confermato anche da analisi di Fondazione Luigi Einaudi e Osservatorio CPI.
Conte I, sostenuto da M5S e Lega, ha dato continuità all’impegno Nato. Conte II, sostenuto da M5S e PD, ha confermato la stessa linea. Nel 2019 la Corte dei Conti segnalava già un rapporto spesa difesa Pil in crescita all’1,22 per cento. Nel 2020 e 2021 la traiettoria è stata confermata nelle leggi di bilancio.
Perché oggi Conte dice no all’aumento
La posizione attuale del Movimento 5 Stelle è cambiata. Conte definisce follia l’idea di aggiungere 14 miliardi per arrivare al 2,5 per cento. Chiede di dirottare risorse su sanità e salari. La critica riguarda il contesto economico diverso, con inflazione, salari reali in calo e pressione sul debito. Il confronto politico è quindi tra un impegno preso nel 2018 e una scelta ritenuta non sostenibile nel 2025-2026.
Questa evoluzione non è isolata. Anche altre forze politiche hanno cambiato linea. Italia Viva ha firmato nel 2025 una risoluzione con il campo largo contro l’aumento delle spese militari. Il dibattito sul Documento programmatico di finanza pubblica prevede un passaggio dal 2 al 2,5 per cento del Pil entro il triennio 2026-2028. Un costo stimato in circa 10-12 miliardi aggiuntivi.
Cosa manca nel grafico virale
Il grafico non spiega che i 28,0 miliardi includono costi non legati direttamente all’acquisto di armi. Non ricorda che parte dell’aumento è legato all’adeguamento Istat del Pil e al costo del personale. Non dice che l’Italia nel 2021 era ancora lontana dal 2 per cento, ferma all’1,58 per cento secondo Nato. Non dice che l’aumento era parte di un percorso condiviso con tutti gli alleati dopo il 2014.
La comunicazione politica usa spesso numeri rotondi per colpire. In questo caso il messaggio funziona perché tocca una contraddizione percepita. Un leader che aumenta la spesa militare e poi si presenta come pacifista. La realtà amministrativa mostra continuità istituzionale più che una scelta ideologica isolata.
La risposta alla domanda è così
Sì, la spesa è aumentata in modo rilevante sotto i governi Conte. Il 29 per cento è il dato Nato totale Difesa, il 17 per cento è il dato del solo bilancio Difesa. In entrambi i casi si tratta dell’aumento più consistente degli ultimi 20 anni fino al 2021. L’etichetta pacifista di oggi coesiste con le firme sugli impegni Nato del 2018 e 2019. Due momenti diversi, due contesti diversi, ma i numeri restano.
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